Vincent

Roma: mostra di Van Gogh. Bella. Mica sempre càpita così, spesso queste mostre sono più una operazione affaristica, basta qualche nome di moda che fa da specchietto per allodole ed ecco il guadagno. Qualcuno mi ha detto che non valeva la pena: 'ci sono pochi quadri di Van Gogh'. 
Sinceramente non mi hanno convinta, pochi o tanti quadri, affare o no, secondo me vedere anche solo un quadro di Vincent è un'esperienza da fare.
Qui ho trovato in più un percorso semplice e sincero. Non solo quadri ma anche disegni. Non solo colori accesi ma anche immagini più spente, monocromi. E' un rischio perchè mica tutti son disposti a vedere opere meno note di un pittore famoso. E poi l'accostamento ai maestri come Millet, ai contemporanei, ai precedenti. Niente di eccessivo, giusto quanto basta per farsene un'idea.
Comunque il percorso può essere trovato qui. Io voglio, come al solito, limitarmi a raccontare la mia esperienza di stupore di fronte all'ultimo regalo che ho ricevuto.

Cercherò di andare con ordine, ma sono solo impressioni. Mi sono trovata prima di tutto di fronte ai disegni e agli acquarelli che ritraggono contadini, li ho trovati accostati molto bene agli stessi soggetti di Millet che Vincent aveva conosciuto e copiato. Si, copiato come un bambino, come un bravo scolaro.
Ma quanta più commozione in questi diligenti compiti, in confronto alle pur belle ma un po' didascaliche immagini del suo maestro!
Si, lo sappiamo che Van Gogh era sensibile, ma vederlo scritto nei tratti del suo pennello è quasi come vederlo piangere, faticare, condividere, lì, davanti a te.
Tutto verde scuro, marrone, grigio, brumoso, sporco... eppure non senza dignità, soprattutto mai, mai senza speranza, come quell'improvviso, misericordioso lungo tratto di luce arancio all'orizzonte di un campo, alle spalle di due contadini curvi e impastati di terra. Quasi che la luce della grazia ci tenesse ad accompagnarli fin dentro la loro inconsapevole fatica.

La storia è nota. Figlio di un pastore protestante, impegnato in studi teologici, avviato alla stessa missione del padre, desideroso di prestare la sua opera tra la povera gente, Vincent credeva di avere un compito, anche con la sua opera pittorica, pensava di poter aiutare questi contadini a riscattarsi attraverso la bellezza, aveva un suo buon progetto 'sociale'. Fallito.
Fallito? Forse.
Secondo me ci è riuscito quando ha smesso di pensare di dover dipingere 'per' gli altri. Forse non ha mai smesso veramente, ma il dono di Vincent, quello che sento di aver ricevuto da lui, è proprio quello che lui ha fatto a sè, seguendo il suo desiderio, le sue attrattive, il suo commuoversi di fronte ai colori della realtà, alle cose, ai fiori, alle persone.
E' 'per' me quando grida il suo bisogno di essere amato, quando si stupisce di fronte ad un mandorlo in fiore, quando si spaventa sotto un improvviso volo di corvi neri.

Altri quadri, di altri pittori presenti alla mostra sono belli, pieni di atmosfera, capolavori insomma. Case e paesaggi... cose insomma.
Cosa trovo invece nei covoni di Vincent, nelle case, nei campi, negli alberi? E' strano, la stessa cosa che trovo nei suoi ritratti: una presenza. Due occhi che mi guardano da un suo quadro sono quasi esattamente come due cipressi che si innalzano agitati nel cielo: io sono guardata, sono di fronte a qualcuno. Sono di fronte alla passione di Vincent, alla sua domanda, al suo cercare nelle strade del mondo la ragione della sua vita, quella compagnia che forse voleva anche offrire ma di cui certamente aveva infinitamente sete.
Che drammatica bellezza che Vincent sia stato quel che era! Non senza sacrificio ma solo per quel che era.

Che bello allora sapere che, se un compito abbiamo nella costruzione del nostro pezzo di mondo, nel fare quello che ci spetta... questo è solo e unicamente seguire il nostro desiderio, sinceramente, con commozione e libertà. Gli altri hanno solo bisogno che noi siamo noi stessi, fino in fondo.

Ciao ciao
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