...anni fa (3)

Arriva prima il sorriso. Di certe persone arriva prima il sorriso, poi ti accorgi del resto, ma solo perchè c’è quella luce che rischiara.
 Capelli arruffati e color della cenere, occhi nerissimi, accesi, due carboncini ardenti che... stai attenta perchè ti possono scottare!
Sorriso limpido e sempre pronto, lì, agli angoli della bocca, ma non regalato inutilmente... bello insomma. Lorenzo era così, la semplicità della parola: bellezza.
Un’occhiata: Anna e Daniela avevano già capito. Un istante. Mentre per Elena ci sarebbe voluto ancora del tempo, avrebbe riconosciuto e, forse, accettato.
‘Finalmente Elena! Mi fai incontrare le tue famose amiche del cuore!’
‘Scemo! Non so quante volte l’ho invitato, ma lui fa sempre il prezioso, con tutti i suoi impegni da intellettuale!’
‘Dai, tagliamo corto! Io sono Lorenzo, amicissimo di Elena daaa... l’asilo forse?!’
E lo dice piegando un po’ le ginocchia, guardando Elena da sotto le ciglia.
‘E come mai allora non ci siamo conosciuti prima?’ domanda Daniela come chi si accorge vagamente di un’occasione perduta.
‘Bè, per alcuni anni ci siamo trasferiti a causa del lavoro di mio padre. Abbiamo girato un sacco, poi siamo tornati e siamo andati via di nuovo. Un casino insomma. Ma adesso mi sono imposto, e l’università me la faccio tutta qui, loro vadano dove vogliono adesso...’
‘Che studi?’
‘Non hai visto la sua testa quadrata? Non poteva che fare ingegneria!’
‘Bisogna sfatare questo mito degli ingegneri 'rigidoni'...! Io ho una mente flessibile e duttile!’
Che anni quegli anni!
Se gliel’avessero chiesto avrebbero detto senz’ombra di dubbio: ‘non moriremo mai’.
Eppure così incerti, sempre con quella sensazione di essere sui blocchi di partenza... e non partire mai.
Aspettare con ansia lo sparo del via, mani sudate e muscoli tesi allo scatto.
Guardarsi intorno e vedere gli altri, strano, tutti gli altri, rivolti ad una diversa direzione, convinti, certi, che fosse quella giusta. Fino a che non avessero alzato lo sguardo, interrogandosi in silenzio: ‘ma perchè di là?’
Forse speravano che, come  passando  un archetto sulle lettere sparse dell’alfabeto magicamente appare una parola, per divinazione avrebbero letto negli occhi di qualcosa o, meglio qualcuno, il nome della loro prossima felicità.
No, certe debolezze erano ormai solo il rumore della risacca di una adolescenza ancora troppo vicina.
Qualcuno di loro aveva già la presunzione di aver capito. Occhio di falco prendeva la mira e presto, molto presto si sarebbe sperato, avrebbe scoccato le frecce dei sogni per correre e sudare sull’asfalto della vita reale.
Lì, su quell’asfalto, al caldo torrido del dolore, bevendo alla sorgente della libertà, si sarebbero sciolte le presunzioni per lasciar posto alle umili certezze da uomini veri.
Ma adesso era tempo di andare a mangiare gelati, era tempo di libri e parole usate come trampolini di lancio. Troppo pieni ancora di discorsi, così meravigliosamente svegli di attesa.
Eppure il tempo, qualcuno di loro l’aveva già sentito mordere.

 I giorni passano, le settimane, i mesi. Sembra sempre tutto uguale, i giorni come i granelli di sabbia nella clessidra: puoi lasciarli scivolare dalla fessura della tua vita senza muovere un muscolo, oppure decidere che li prendi in mano e ci lavori sopra. Ma per lavorare ci vuole una spinta, un progetto. Per lanciare frecce devi individuare l’obiettivo.

Di solito si trovavano in gelateria, quella vicino ai giardinetti. Un cono e poi la panchina. D’inverno c’era la cioccolata a casa di Elena. La discoteca era una cosa per chi aveva soldi e poca voglia di parole. Per ballare, scatenarsi e... qualcos'altro, c'erano le feste popolari, le cantine e i garage dove suonavano gli amici, oppure, se avevi il colpo di fortuna di qualche soldo in tasca, i concerti allo stadio, o una serata in qualche birreria sul Naviglio, quando la zona non aveva ancora perso la sua natura genuina per diventare spocchiosa e  'sciatto-scic'.
A Maggio c’è già aria d’estate, se il tempo è d’accordo, e la panchina non è ancora occupata dalla coppietta di turno.
Ci sono i ragazzini col pallone, ma le urla non danno fastidio. Le finestre aperte lasciano sfuggire le note di qualche sigla alla tv: giochi senza frontiere, che interessa solo alle nonne e ai nipoti più piccoli. La vita è fuori... forse. Strade di un quartiere popolare.
‘Che c’è Elena?’
‘Mi manca mia madre’
‘Mi spiace, davvero, manca a tutti noi, ma per te ...’
Tanto studio, tanti discorsi che ti piace declamare per fare l’intellettuale... e poi quando ti servono davvero le parole, fai la figura del pirla...
‘No, non è che mi manca in quel senso.... non so, quasi mi vergogno a dirlo... mi manca perchè adesso devo pensare a tutto io. Mio fratello non ha ancora realizzato, certe volte mi sembra così irresponsabile... così.... fuori. Nelle cose banali, mi manca nelle cose banali: lavare, stirare, fare la spesa, far quadrare i conti.’
Le cose ‘banali’ sono la vita, ma era un’età in cui la vita sembrava ancora e solo quella stampata sui libri.
‘Sai una cosa Elena?’
Lorenzo si guarda la punta delle scarpe, sempre si guardava la punta delle scarpe quando parlava seriamente; e le parole uscivano piano, come andandole a cercare sotto le suole.. era buffo, serio, ma buffo.
‘Un mio amico mi ha detto un giorno che non c’è niente di banale, perchè il significato della vita o sta dentro anche il più piccolo filo d’erba, oppure non hanno significato neppure il mare e il cielo’
Silenzio.
Nessuno ha più voglia di ridere. Non che siano parole tristi... è che ci devi pensare a certe cose. Devi dargli tempo di entrare dalle orecchie, fare il loro percorso fino alla mente, farle masticare dal cuore per saggiarne il grado di verità.
Perciò: silenzio.
‘Si, Lorenzo, tu dici bene, forse. Ma io questo significato non l’ho mica ancora trovato neppure nel mare e nel cielo... figurati se lo trovo nel mucchio di roba di mio fratello da stirare! Mentre lui va in giro con gli amici e se ne frega e io neppure ho il tempo di studiare... io ci trovo solo nervoso e impazienza!’



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