Scritto e orale

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 Ieri sera al tiggì guardavo i ragazzi che sfilavano. Il pretesto della protesta pare sia il rifiuto della prova scritta alla maturità di quest'anno.

Mi è partito un embrione di pensiero stamattina, mentre mi lavavo i denti; bè si, ho una mente dalla lenta cogitazione. 

Ah se la scuola fosse davvero quel luogo dove ti insegnano a far tesoro della tua esperienza. Se il maestro fosse visto, usato, interpretato, esercitato per quella persona che si accompagna con te nella scoperta dei legami tra te e la realtà. Se quel che vivi e desideri fosse, tra quelle aule e corridoi, davvero preso sul serio perché tu impari a prenderti sul serio. 

Se davvero intendessimo la maturità come il bisogno, la voglia, la necessità di generare un giudizio, un pensiero una vita utile per sé e per il mondo... ma ragazzi...non avreste voglia di dire la vostra in qualunque spazio, modo, mondo, luogo, forma possibile?

Provate ad immaginare un bambino che ha appena imparato a camminare, e chi lo tiene più? Cade? Se ne frega perché adesso il mondo è suo e vuole afferrarlo. Se potesse esprimersi compiutamente credete rinuncerebbe a correre e saltare solo perché ha avuto mesi difficili senza sapersi reggere sulle gambe dalla nascita? E allora perché rifiutare di misurarsi solo perché per due anni avete dovuto confrontarvi con uno schermo? 

Del mio esame di maturità ricordo solo un gran nodo allo stomaco e una enorme voglia di dire la mia.

Quella voglia di spaccare i muri e uscire, combinare qualcosa e vivere con la mia faccia controvento, ho scoperto che potevano parlare anche davanti ad un foglio bianco e ad un professore dalla faccia strana.

Una prova, un tema, un colloquio, una interrogazione sono ostacoli da brandire non il nemico a cui mostrare la schiena. 

I miei tempi non erano migliori dei vostri, e noi non avevamo cuori più grandi, quindi non ho niente da rimproverarvi, solo una cosa mi permetto di suggerire: non accontentatevi di chiedere prove d'esame diverse, ai vostri maestri chiedete di più, chiedete loro di essere uomini e donne che vivono sul serio.

Buono studio, buona crescita.

Proteste studenti maturità

STANCHEZZA

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 Stavamo andando bene, i nani seienni che spargono allegria in mezzo alle infinite procedure, le imparano e le applicano che è una bellezza. Poche assenze, due o tre per covid ma come prevenzione. Una di noi l'ha assaggiato ma è tornata in pista con baldanza. Stavamo camminando.

Fatica? Tanta.

Voglia di proseguire? Tutte le mattine la riacchiappavo.

Cambi di strada con regole diverse? Ogni giorno, all'improvviso. E con 22 nanetti al seguito è come essere una locomotiva che trova uno scarto imprevisto.

Poi, eccoci arrivati alla frenata. Avviso alle famiglie via telefono un'ora per l'altra: "tenetevi pronti, da domani siamo chiusi"

Ci sono mamme sole che non sanno a che santo votarsi, papà che non hanno più ore di permessi, nonni generosi ma fragili, case con un vecchio computer in quattro e bambini, bambini che hanno appena iniziato ad assaggiare la scuola. "Maestra ma io voglio stare qui con voi!" perché, loro, ci credono davvero che la maestra abita a scuola.

Ecco. Torno a casa come una Ferrari che ha appena sgommato per non andare a sbattere.

Mi siedo e mi sento davvero triste. Dopo un anno di mascherine, chiusure, silenzi, mamme e badanti che muoiono e fratelli da portare in ospedale la parola che mi si accende a neon nella testa è "Ma bastaaa!"

Sono stanca. Bisogna guardarla questa stanchezza, inutile nasconderla. Se fai finta di niente ti spezza le gambe a tradimento.

Sì, lo ammetto, sono stanca e triste. 


Sto suonando la mia canzone all'angolo della strada e nessuno mi sente. A che serve urlare? Metto lì il mio piattino e aspetto, mendico. 

Mi lascio andare, mollo la presa, non oppongo resistenza. Chiedo una spalla su cui appoggiarmi, una compagnia. Niente altro. Uno "stai con me" e basta.

Accendo la radio.

Il Papa è in Iraq. Si, e che c'entra con me? 

Bè, ragazzi, chi lo farebbe al posto suo? Qualcuno parla di interessi di potere del Vaticano. Il potere non rischia la pelle, vende quella degli altri. Fine della risposta che mi do.

Però c'entra perché lo guardo e mi sembra di non essere poi così sola a suonare sul marciapiede e mendicare col mio piattino. 

No, non è affatto l'esercito della salvezza che ti piazza il pasto caldo per una notte al prezzo di una insulsa predica, e non ne ho intercettato neppure una parola a dire il vero. L'ho solo visto. 

Prima impressione, a sberla: quello sta mendicando come me, solo che invece di stare seduto nel suo angolino si tuffa in mezzo alla strada, come quei pazzi giocolieri ai semafori. 


Siamo pieni di tristezza, stanchi e al buio, ancora al buio, ma qui non ci si ferma, non ci hanno ancora fermati.

Adesso preparo la lezione a distanza, guardo il Papa e vado avanti.


Ignorare la scuola, ancora una volta.

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Impotenza.
Questa è la parola che domina e mostra il carattere di questo tempo.
L'estrema, ultima, terribile impotenza della distanza dai tuoi cari che muoiono soli, l'impotenza di fronte ad un nemico invisibile, l'impotenza che innesca pericolosamente indignazione e sconforto nel leggere dello sciacallaggio ideologico del potere legittimo o nascosto, dello sfruttamento sul bisogno della gente.
Impotenza. Ha tante facce, ma un solo unico grande dolore.

Oggi parlo della mia, di impotenza. Del mio quotidiano dolore.
Qualcuno crede ancora che lavorare tra i bambini, nella scuola, sia solo una cosa divertente. Una cosa lieve, tutto sommato di fronte alle tragedie della vita, ora, la scuola, può anche tacere.

I bambini vengono sempre zittiti, spesso danno fastidio. Spesso la scuola non è che un fastidio. Sappiamo tutti ripetere bene che i bambini sono il nostro domani...cavolate! I bambini sono il nostro oggi, adesso.

Ebbene, occorre sapere che la stessa identica impotenza che mi prende quando guardo le camionette dei morti uscire dagli ospedali, di notte, lo stesso identico sconforto, lo stesso peso porto con me ogni volta che vedo alcuni miei alunni abbandonati, soli, davanti al computer, al cellulare, al telefono, perchè con alcuni posso usare solo la voce.

Carissimi voi tutti che non avete considerato queste solitudini, che sentite tanto o poco scandalo reagendo a questo paragone: sappiate che la solitudine di un bambino in questa scuola strana che a chiamarla "scuola" si fa solo peccato, è la stessa tragedia che ci porta via delle vite e nel modo più drammatico.
E' la stessa, identica solitudine dei nonni che muoiono da soli nelle corsie degli ospedali, con la differenza che questi ragazzetti dovranno in qualche modo continuare a vivere in un mondo che continuerà ad ignorarli giustificandosi con moralismi disgustosi.

Ma io non voglio permettere all'impotenza di offuscarmi la vista. L'inevitabile è una sfida.
Non posso che continuare a lavorare dietro ad un computer, con un telefono in mano cercando dietro agli schermi o dentro un microfono la faccia e la voce dei miei alunni e anche quella dei loro genitori, implorando, se occorre, la loro presenza accanto ai figli. Non è solo questo però.

L'inizio è riconoscere e gridarlo a tutti, che il mio lavoro ha a che fare con la vita, che è prezioso, unico e dannatamente urgente.
Chiedo con tutta la mia voce, a chi di dovere, quindi prima di tutto a me stessa: consideriamo la scuola, per l'amor di Dio, come un luogo dove si potrebbero salvare delle vite umane, le nostre.



COS'E' LA SCUOLA?

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Regime di scuola a distanza. Dato che la pubblica istruzione non può fare a meno degli acronimi: la DaD.
Eh sì, la cosa più noiosa del mio lavoro è leggere articoli di didattica e pedagogia... devo sempre munirmi di qualcosa per decriptare il gergo degli "esperti".
Ok, adesso torniamo alla realtà.
Una domanda che ci stiamo facendo durante questa provocante congiuntura è: cosa fa della scuola "La scuola"?
Mi spiego con un fatterello: da mesi, in mancanza dell'appuntamento quotidiano tra i banchi, ho un appuntamento in chat con gli alunni.
Ce lo siamo logisticamente sudato: orario, durata, accesso, a gruppi o con tutta la classe, presenza dell'adulto.
Ieri la telefonata di una mamma: "adesso che possiamo uscire un po' non facciamo il collegamento, possiamo sentirci in un altro orario da soli?"
La mia domanda è stata "ma se fossimo stati a scuola avrebbe comunque fatto questa richiesta? Mi avrebbe chiesto di far venire sua figlia a scuola in un altro orario perchè durante quello scolastico dovete fare una passeggiata?".
Sono esagerata? In fondo un collegamento di 10 minuti non è certo paragonabile alla frequenza scolastica!
Sì, ma cosa è la FREQUENZA SCOLASTICA?
Compiti? Esercitazioni? Allenamenti? Disciplina? Voti? Spiegazioni?
Sì, ci sono queste cose, ma non una di queste fa "la scuola".

La scuola prima che un luogo di addestramento è un appuntamento con delle persone, un incontro che mi deve permette di crescere, di imparare ad avere coscienza di me e della realtà intera.
Cosa mi ha insegnato la scuola? La scuola non insegna niente, sono le persone che la frequentano e la fanno a rendere la scuola quello che è: un luogo importante per la vita.
Tanto è vero questo che lo sa bene chi, pur frequentando, ha trovato insegnanti incapaci. Per molti di questi la scuola non ha alcuna credibilità.

Come mantenere un simile luogo anche se un luogo non l'ha più?
Frequentando le persone che questo luogo lo vivono, con tutti i mezzi possibili.
Caratteristiche della scuola sono la quotidianità, e la struttura ordinata. Perchè la cultura è come il pane: quotidiana e fatta secondo le regole. Come il pane costruisce la nostra persona, come il pane non va sprecata, come il pane va rispettata.

No, non ti cambio orario e non ti faccio la chat privata. Non sono un precettore, sono una maestra di scuola elementare.
Se scegli di portare tua figlia a passeggio invece di venire a incontrare la maestra e i suoi compagni, ti prendi liberamente questa responsabilità, perché io faccio la maestra e non il cerbero.
La responsabilità di aver mostrato a tua figlia l'inganno di una libertà che è fare quello che si vuole, quando si vuole. E quando tua figlia si accorgerà, a sue spese, che abbandonati a sé stessi e alle proprie voglie non si va da nessuna parte, forse non troverai più le parole per tornare indietro. Sì, perchè la scuola non è il posto dove si educa a parole: la scuola è dove si impara a giudicare la realtà partendo da una ordinata esperienza in compagnia di altri. Il mio compito è quello di fornire ordinate esperienze quotidiane per ragionare in compagnia, e lo devo fare anche se ho solo un computer come mezzo.

Voglio continuare a fare scuola anche se la scuola oggi ha un altro aspetto, ecco perchè posso anche rinunciare ad avere tutti i compiti perfetti e ordinati, ma alla chat quotidiana con tutte quelle faccette che mi aspettano, proprio a quell'ora, io non rinuncio.

Buona passeggiata

"Tusa! guarda sù che i too eoch poden vedè pusee in la' del to nas"

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Stasera ho seguito la messa via YouTube di un sacerdote che tutti i giorni celebra all'aperto in mezzo alle case del suo quartiere. La gente assiste, chi al balcone, chi alla finestra e altri, come me, via internet. 
Mi sono venute in mente le colonne votive di san Carlo nella mia Milano al tempo della peste, quella del 1500, quella di san Carlo appunto, quella scoppiata cento anni prima di Renzo e Lucia.Alcune precedenti san Carlo, altre fatte costruire da lui stesso, nei crocevia, nelle piazze della città. 
Colonne con ai piedi altari e circondate da cancellate. Servivano a celebrare le messe per la gente chiusa in casa dalla quarantena, servivano... appunto. Ma a cosa serve la messa? 
Domanda non inutile e nemmeno così provocatoria quanto spererebbero certi mangiapreti, così comici perchè convinti, nel loro ruvido giudicare, di essere lontanissimi da quell'odiato moralismo in cui si buttano a capofitto appena si sentono in dovere di dirci come dobbiamo vivere e pensare.
A cosa serve la messa? E perchè ostinarsi a volerla fare con la gente? La tua fede non è mica un fatto privato?Domande interessanti.
Ho iniziato a rispondermi con un'altra domanda: ma perchè mai dopo più di due mesi chiusi in casa non vediamo l'ora di stare un po' in mezzo alla gente? Così. Sorpresi di aver nostalgia persino di una coda in tangenziale.
La solitudine non è roba da esseri umani, mica si parla di bigottoni baciapile!
Si, ma perchè la messa?
Allora chiedo aiuto alla canzone di Celentano: 

All'angolo e indifeso
Ti cerco accanto a me
Da soli gli occhi non vedono...
...Ti penso e cambia il mondo
Vivo e affondo
E l'inverno è su di me
Ma so che cambia il mondo
Se al mondo sto con te...

Io non so voi se bastate a voi stessi, ma so che ho bisogno di avere qualcuno accanto a me, perchè a me dà fastidio che il mondo e le cose finiscano in uno sguardo miope e impotente come il mio.
Vivere e sentirsi affondare, alzi la mano chi non l'ha mai provata questa vertigine.
Che cosa vi afferra e vi tira su?
Un pensiero? Una libera e laica opinione o qualcuno accanto?
Forse a qualcuno basterà la sua donna o il suo uomo accanto: l'amore della vita no?!
Ecco, allora io ho bisogno che quel prete sotto la colonna, nel cortile, nella piazza  mi ripeta ancora, ogni giorno, che c'è un tizio nel mondo che mi dice: 
"guarda, tusa guarda sù che i too eoch poden vedè pusee in la' del to nas, la morte non parla per ultima"
Guarda figlia, il mondo va oltre il tuo piccolo orizzonte.
Insomma, non so voi, ma io ho bisogno di qualcuno che mi faccia cambiare la visuale sul mondo.

Per chi volesse vedere le colonne votive di Milano ecco la serie.








Stiamo a casa

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Non possiamo uscire troppo, non possiamo uscire quasi per niente. Ok andiamo a caccia di bellezza.
Incominciamo con la Cappella Sistina:
Risultato immagini per spiegazione cappella sistina
tour-virtuale.html
e qui trovate la spiega di tutto: michelangelo-la-volta-della-cappella-sistina


Poi, scusate se faccio la milanese imbruttita, ma il nostro Duomo non può mancare:

index.html

...e la miniguida corredata di immagini e video duomo_di_milano.asp

per oggi basta, che per godersi la bellezza ci vuole lentezza.
Ciao
...e lavatevi bene emani, starnutite e tossite nel gomito, lontani un metro e mezzo gli uni dagli altri e tanti tanti abbracci virtuali per tutti.

i primitivi

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La maestra sta studiando. Prima di te. Mentre stai facendo merenda o una delle infinite attività a cui ti hanno iscritto. Perchè, diciamocelo, i grandi hanno solo paura che assaggi un po' di noia, noia, benedetta e santa la farei la noia.
Mentre tu fai quello che fai, la tua maestra studia quello che anche tu studierai.
Adesso sto studiando i primitivi, i primi uomini. Quelli che vengono dopo i dinosauri che ti piacciono tanto, però meno male che si sono istinti, mistero che entra ostinato tra le certezze dogmatiche della scienza. E meno male che c'è la scienza che, quando è vera, ci regala un metodo per non essere mai soddisfatti.
Allora, dicevo, meno male che si sono estinti i dinosauri altrimenti non potresti leccarti il gelato, giocare a calcio con la pallina di carta, fare i capricci, dare una carezza alla mamma o incantarti davanti all'ultimo videogioco che tra cinque minuti cinque ti avrà già stufato.
La maestra studia, e mentre studia si incanta perchè scopre cose che le piacerebbe dirti. Ma non basta che te le dica, bisogna che studi il modo per dirtele così che te la possa godere insieme a lei, come leccarsi un enorme gelato e scambiarsi i gusti. Vediamo se oggi riesco a farti provare quanto è buono il mio!
Oggi ho scoperto che gli uomini sono sopravvissuti tra tante specie possibili perchè hanno saputo adattarsi. Sì, va bene, ma che scoperta è?!
Ti dico che è una scoperta. Perchè uno scopre qualcosa non solo quando viene a saperla, ma di più, quando capisce che quella cosa gli serve oggi, mentre beve il caffè o si arrabbia con te che fai i capricci.
Vediamo un po' se riesco a spiegarmi.


L'uomo ha vinto perchè ha saputo cambiare le sue abitudini, il suo modo di camminare, mangiare, dormire, guardare...vivere. Non ha aspettato che il mondo cambiasse intorno, non ha perso troppo tempo a dare la colpa alla scimmia che gli rubava le banane da sotto il naso, o al mammuth che lo guardava come si guardano i birilli al bowling prima di tirare. L'uomo è quell'essere che, vista una difficoltà, la osserva bene, la studia e cambia atteggiamento suo, cose sue, abitudini sue per vincerla. Si chiama intelligenza. L'uomo intelligente è l'uomo che sa cambiare.
Ora prova a pensare quante cose ci ostacolano durante la giornata, dalle più piccole e fastidiose come zanzare, a quelle serie e drammatiche. Qual è la tua scelta immediata, ti lamenti o le affronti?
La risposta ti darà la misura della tua intelligenza.

Ma la tua maestra non ha finito di studiare, ha scoperto un'altra cosa.
Alcuni scienziati (antropologi e paleontologi si chiamano) hanno scoperto che la spravvivenza della specie umana è stata favorita anche dalla capacità di aiutarsi reciprocamente nel bisogno, portare da mangiare al gruppo, curare le ferite, difendere il più debole. La capacità di compassione insomma.
Si va bene, non ce lo vedo mister Flinstone che fa le coccole al piccolino che si è sbucciato il ginocchio inseguendo le farfalle, ma quando imparerai che la compassione non è quella roba appiccicaticcia che ti fanno vedere alla tv, allora capirai cosa intendo.
Ultima cosa, e forse la più bella perchè spunta come un fiore che sembra inutile ma che ti rallegra la giornata: l'uomo è sopravvissuto perchè è stato capace di cercare la bellezza.

Se ci pensi bene l'uomo primitivo non è che avesse tanto tempo da perdere, era continuamente impegnato a difendersi dalle bestie feroci, dal freddo, dalla fame, dalle intemperie o da qualche vulcano che all'improvviso si svegliava, o, che ne so, dalla natura che gli faceva lo sgambetto. Cosa cavolo gli è venuto in mente di gingillarsi a dipingere le pareti delle caverne o costruirsi degli ornamenti? Una ciotola è una ciotola, basta che serva alla bisogna, perchè farci dei ghirigori inutili?

Eppure quella cosa "inutile" serve a sopravvivere esattamente come il pezzo di carne che cerchi per la tua fame: si chiama bellezza, ed è una cosa di cui solo l'uomo ha sete.
Prova a pensare a quale sarebbe il tuo umore senza quel bel gioco che hai voluto tanto, oppure alla bella maglietta da cui non ti puoi separare, all'album delle figurine o alle tue matite colorate che ti servono a far più bella la tua pagina. Certo, potrebbero non esserci, ma non sono sicura che sarebbe più facile la vita.

Ecco, oggi la tua maestra ha capito che se riesce a farti capire quanto sono importanti la sete di bellezza, la voglia di cercare soluzioni invece che lamentarsi, la necessità di avere compassione e aiutarsi avrà fatto una cosa importante. Gli uomini primitivi la possono aiutare.
ciaociao

Carezze

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Fai una telefonata all'amica che non sentivi da tanto. Quell'amica dei vent'anni, che quando ci si sente sembra ieri. Non fai fatica ad entrare in gioco, non ti nascondi. E scopri che il dramma della vita è mischiato con la vita, con la corsa al supermercato, la gomma della bici sgonfia, i capricci dei figli o la litigata col babbo anziano che rompe alquanto e che poi ti penti.
Poi le chiedi come sta il suo cuore che all'improvviso aveva fatto i capricci e lei, innamorata delle discese sulla neve, ti dice che l'altro giorno si è messa a piangere alla Decathlon tra le giacche a vento e gli scarponi da sci. Una cosa così, vergognandosi che la tristezza sia venuta fuori proprio lì, come se il bisogno immenso di tenerezza che abbiamo non avesse a che fare proprio con le cose piccole, come una bella giornata sui campi da sci, una tazza di cioccolata, scoprire la sincerità in qualcuno che ti chiede come stai.


Viviamo tutti con una voragine nel cuore. E' che siamo bravi a deviare l'attenzione del nemico: nel migliore dei casi diciamo che sono altri i problemi della vita, facciamo i duri, quelli che "ma no, niente, cosa vuoi che sia? La vita è dura per tutti"

Viviamo con una voragine nel cuore, con una sete insopportabile. Ogni tanto una fessura: piangere davanti a un bel paio di sci pensando che non li potrai mai più indossare, spegnere la tv perchè ti senti un po' patetico a notare che solo da lì quest'anno ti hanno detto buon Natale, oppure  improvvisamente  tu, che raramente ti accorgi degli altri,  alle nove di sera  ti preoccupi dello spumante in casa e "potremmo chiamare la vicina che è sempre da sola" solo perchè tua sorella ti ha detto che potrebbe rimanere qui domani sera che è capodanno.

Lo sappiamo che una carezza non può bastare a tutto il bisogno, come sappiamo che un secchiello sulla spiaggia non può contenere il mare. Ma una carezza spesso serve a tirare un po' avanti, un secchiello può rendere divertente la mattinata di un bambino tra la sabbia e il mare. Quel piccolo, piccolissimo desiderio ha radici che affondano per chilometri, è la fessura attraverso cui sfugge la verità nascosta, vergognosamente nascosta, di quello che davvero siamo.

Carissima amica che mi racconti dei tuoi pianti tra gli scaffali delle giacche a vento, tu non sai con quanta tenerezza e consolazione mi hai bombardato la giornata.
La ferita così profonda che siamo, lo sappiamo, non si rimargina, ma questo non può impedirci di desiderare una carezza ogni tanto.
Un po' di calore, una sciocchezza. Giusto per non sentirci al freddo.
Da soli.

Cambiare

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Nuovo anno scolastico, nuova scuola, nuovi bimbi, nuove colleghe. Chiacchiere in cortile: ci si conosce, si racconta di sè.
Racconto di me.
Racconto come posso, a bocconcini, tra un ginocchio sbucciato e un "guarda maestraaa!"
Più bello dire cosa mi piacerebbe fare con questi marmocchi che a malapena sanno scrivere e leggere, tante cose da provare, tanti occhi da scrutare. Sarò capace di non sbagliare? Francamente non mi importa. Quello che voglio è non scappare.
Sì, va bè, da una scuola non si evade come dalla prigione, dai, maestra!!
Credete?
Io sono convinta di sì, si può, eccome! Ed è un'evasione pericolosissima. Si rischia di diventare statue di pietra.
La maestra scappa quando invece di ascoltare Pierino pensa già di sapere cosa ha da dire, lo caccia al posto e gli dice di stare zitto.
La maestra evade quando davanti al centesimo errore di ortografia pensa e, ahimè troppo spesso dice, "basta, non tento più, tanto non imparerà mai".
La maestra evade quando non vuole più ridere con i suoi bambini.
La maestra evade quando ha messo tutti in fila già alle quattro e un quarto e, aspettando la campanella in corridoio, conta i minuti e i secondi.
La maestra evade quando pensa che non deve e non può sbagliare mai, nessuno, nemmeno lei.
La maestra evade quando alla fine della seconda settimana di scuola conta i giorni che mancano alle vacanze di Natale.
Ma tutte queste sono evasioni con le catene. La maestra viaggia verso casa e si trascina la palla al piede di questo mestiere, che forse un giorno ha scelto come ripiego, o all'inizio davvero entusiasta, e si sente condannata fino alla pensione, nuotando nelle sabbie mobili del lamento, suo e di chi le sta intorno.

Grazie, no!

Io preferisco vivere. Anche se, lo so bene, questo mestiere è pericoloso. Ti sfida. Fai i conti tutti i giorni, e in alcuni giorni tutti i minuti, con la tua nullità. Impotenti cavalieri di ventura sono tutti i maestri. Il signor nessuno oggi entra in classe e tante paia di occhi aspettano la risposta ad un'unica micidiale domanda: "Fammi vedere per che cosa vale la pena vivere oggi". O tenti di rispondere, o ti nascondi. Sfida.

Poi, quando hai finito di raccontare, tranquilla che c'è sempre qualcuno, in modo caritatevole ovviamente, ti elargisce il consiglio dei consigli: "Ah! ti do tempo una settimana e tutto il tuo entusiasmo crollerà, qui nessuno ti dirà mai grazie!"

Ecco, la maestra evade quando nella pretestuosa attesa di un grazie diventa una mummia sulla porta della classe. Preferirei di no.
Bambini, andiamo in aula che dovete far scoprire il mondo alla vostra piccolissima maestra.
Buon anno scolastico a tutti!!



Michelangelo e i barbari

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Ieri sera guardavo un documentario sulla cappella Sistina e all'improvviso mi sono venuti i brividi pensando alle mani e all'odio disumano che hanno distrutto vite e storia negli ultimi tempi. "Se mi toccano Michelangelo divento una bestia" ho pensato. 
Ma subito dopo mi sono venuti in mente gli occhi di una bellissima ragazza di Venezia, il corpo di un bambino abbandonato su una spiaggia, le facce spaventate della gente, ed ho realizzato che neppure l'opera più grande e bella della terra vale una sola vita umana, neppure quella di un assassino invasato, perché la vita non è roba sua, neppure la sua.
Detto questo mi si è aperto un buco nel cuore nel pensare a tutta la fragilità indifesa della bellezza che abbiamo in Italia. Che la nostra pur incasinata storia è riuscita a lasciarci. Qualcuno ha detto che i barbari assassini di oggi non hanno rispetto della bellezza e non ne conoscono il valore. Io penso invece che purtroppo lo conoscono meglio di noi. La cattiveria non attacca mai ciò che non vale, non la chiameremmo cattiveria, va invece a colpire dove più abbiamo il cuore, l'affetto, la ragione, il pensiero, il sangue, il respiro, la luce per gli occhi. Ne sanno bene il valore, più di noi che ci stiamo dimenticando quanto vale la vita, che non sappiamo più a cosa serve e a cosa educare gli uomini, che facciamo la classifica di chi ha diritto alla luce e chi no, che frigniamo davanti ad un gatto e siamo indifferenti di fronte ad un vecchio. No, non sto giustificando la barbarie sto solo dicendo che non stiamo giocando ad un videogame dove i bianchi si distinguono bene dai neri, siamo talmente legati e vicini ai nostri nemici da farmi pensare seriamente che proprio loro hanno qualcosa a che fare con le conseguenze della nostra allegra irresponsabilità. Non si può a lungo teorizzare la nullità della vita senza generare figli assassini. 
Eppure, eppure mi rifiuto di pensare, di cedere al pensiero che l'uomo è solo capace di cattiveria: guardo la volta della Cappella Sistina e capisco ora il suo vero valore: l'uomo ha in se' la capacità della bellezza, l'attrazione al vero, al giusto, al buono, non ci rinuncio e prego, si, sono così matta da pregare che pure nel cuore di un solo assassino si risvegli quel seme che anche lì abita, voglio continuare a fare, ora più che mai, il mio mestiere: educare alla vita e alla bellezza. E che Dio ci protegga tutti.

domande alla maestra

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Oggi entro in quarta B per la mia lezione di inglese: 17 bei marmocchi con tanta voglia di imparare e stare insieme. Subito dopo di me entra il bidello: "alle 12 facciamo un minuto di silenzio"
Tutti hanno immediatamente capito di cosa si trattava e sono partite a raffica le domande, per fortuna i nostri bambini non sono terrorizzati ma pieni di domande e un po' ansiosi. Più che le loro paure quasi tutti riportano l'ansia e il fastidio televisivo ma le domande sono vere, elementari, semplici, piene di ragione: "perché uccidono?" "chi sono?" "cosa vogliono?" "come ci possiamo difendere?" "ma perché dicono che lo fanno per Dio?" "dicono che sono musulmani, dobbiamo avere paura di loro?" Tra queste 17 faccette c'è anche quella di Lina (ovviamente non uso il suo vero nome qui) una bellissima bambina egiziana di fede musulmana.

Poi la maestra chiede silenzio, non ha molta voglia di aggiungere parole ma inizia a parlare, occorre che parli... "devi parlare maestra perché ho bisogno che tu adesso sia con me"

Allora comincio proprio da Lina, è lì, partiamo da vicino, partiamo da lei: "cosa direste bambini se io oggi vi dicessi che bisogna avere paura di Lina?" 
Tutti si mettono a ridere: "ecco, non devo dirvi altro. L'unica cosa di cui aver paura è la paura che è ignoranza e schiavitù.
Adesso facciamo il minuto di silenzio, ognuno pregherà con le preghiere che conosce, quelle che gli ha insegnato la mamma, e chi non ne sa penserà a tutto il suo desiderio di essere amato e di amare. E tutto questo non solo per i morti di Parigi ma per tutti gli innocenti vittime dell'odio e per noi stessi che impariamo ad affilare le nostre armi: l'amore, l'amicizia e l'accoglienza, che sono le armi più difficili da usare ma anche le migliori"

Li guardo in silenzio e tutta quella forte e fragile tenerezza mi convince sempre più che l'odio, la morte e la cattiveria non avranno l'ultima parola.


Profumo di soffritto

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Sono le otto del mattino. Sono arrivata a casa di mamma e sto aspettando che si svegli. Ed io pure, che sto ancora dormendo in piedi. In cucina la finestra è aperta e il silenzio tranquillo della domenica mattina mi aiuta ad aprire gli occhi. Preparo le medicine, il caffellatte... insomma la routine delle mie domeniche da qualche anno. L'aria fresca di settembre mi porta il profumo di qualcosa di mangereccio: il soffritto per l'arrosto della signora Brambilla. Qualche mamma è già all'opera, silenziosa. Famiglie. In questo caseggiato ci conosciamo tutti, noi figli ci siamo visti crescere, i babbi e le mamme invecchiare, qualcuno ci ha già lasciato. Qualcuno sta lottando con la vita, il carovita, il...girovita. Ci si vive accanto insomma, da qualche decennio. E così, dietro questo profumo di soffritto domenicale intuisco voci, frasi, gesti, cure, preoccupazioni. 
Dalla mia infanzia non ricordo anni facili ma niente di terribile. La vita che noi chiamiamo "normale" con i suoi alti e bassi, tra famiglie vicine, la solidarietà di piccoli gesti, neanche troppo, per carità. Siamo a Milano, e qui si bussa al vicino solo se proprio non puoi farne a meno. Ma, a dispetto di quel che purtroppo si dice, qui siamo capaci di essere davvero accoglienti. Solo che lo facciamo come pensando ad altro, sembriamo scocciati, ma non è così. È che si pensa al fatto che non può bastare, che bisogna organizzare meglio, che una goccia non riempie il mare del bisogno. Qui, nella storia di questa ruvida città, sono sorte opere di carità di tutte le specie e misure. Non è vero che i milanesi pensano solo a lavorare, è che anche la solidarietà per funzionare ci deve diventare come un lavoro. Così pare che si perda quel calore umano di cui tanti ci lamentano il difetto. Il milanese non è caldo, è "operativo ciumbia!". Va bè, prendeteci come siamo, perché comunque la nostra parte la facciamo. E adesso, anche adesso occorre che si faccia, perché a noi non ci piace veder morire le creature in mare. Sulla spiaggia i "fiulit" devono giocare con paletta e secchiello e non essere raccattati come conchiglie rotte. Ma siamo ancora addormentati e pensiamo ad altro, come se aspettassimo anche noi che qualcun altro si occupi del problema. Distratti e addormentati. Per fortuna C'è chi ha la bontà di tirarci la giacchetta, c'è un cardinale che dice di aprire gli oratori, di far venire anche qui un po' di quelle famiglie che stanno scappando dalla guerra, così da farli sentire un po' come a casa e farli svegliare la domenica mattina con il profumo del soffritto, che è un po' come il profumo della pace. È una goccia nel mare? Intanto fai questo che poi ci si organizza "ué raga, operativi neh!"

Da dove partire

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Primi giorni di scuola per i maestri. Sì ma i bambini sono ancora in vacanza, che ci fanno gli insegnanti in una scuola vuota di chiasso?
Bè...che il chiasso non ci sia è tutto da vedere, ti assicuro che solo due maestre insieme riescono ad arrivare ad una quota invidiabile di decibel solo nel salutarsi cordialmente, figurati se devono discutere di programmazione!
Comunque gli insegnanti a scuola ci sono e hanno già il loro bel 'da fare'.
Tra le altre cose si sta a spaccare il capello in quattro perchè ad ogni ministro nuovo (leggi: "ogni anno") salta lo sghiribizzo di farti riscrivere i criteri di programmazione e valutazione.
Intendiamoci, è giusto e sacrosanto rivedere e giudicare il tuo lavoro. Non sarebbe certo un problema solo se il cambiamento fosse reale. Ma ogni anno la minestra è la stessa, patate, carote, cipolle. Cambia solo l'ordine dei fattori... se non fosse che...
Già, se non fosse che il mestiere che faccio non è assemblare automobili alla catena di montaggio. E' qualcosa che implica lo sdoganamento libero delle domande.
Esempio.
Oggi c'era da stabilire come ti valuto i Pierini. Dato un obiettivo: "leggere una favola" quali sono i livelli di apprendimento? Non si tratta di voti numerici, ma proprio di definizioni: iniziale, intermedio, avanzato.
Da brave maestre abbiamo passato la mattinata a definire cosa ci aspettiamo che faccia un bambino, in modo da inserirlo nella casellina giusta.
Nessuno scandalo attenzione, è il nostro lavoro ed è giusto che sia così, sappiamo che stiamo parlando di strumenti che non esauriscono il rapporto profondo che stabilisci con i tuoi marmocchi.
Una maestra appartiene alla specie umana, e con essa condivide desideri e limiti. Ergo, per conoscere e amare ci dobbiamo dotare tutti di vili strumenti. Ed è per questo, solo per questo, che è giusto rivederli e collaudarli ogni anno.
Però mi è saltata la solita pulce, dannosa per le orecchie: nel livello iniziale abbiamo continuato a mettere "...non sa, non è in grado, non ha raggiunto..."
Uffa! Quando una pulce dà fastidio, dà proprio fastidio ed io temo di produrre molti fastidi alle mie care colleghe, ma nun gliela fò a fà diverso, perdonatemi.
Se il mio obiettivo è portarti in cima alla montagna a vedere un bel panorama e respirare l'aria buona non comincerai mai se parto da quello che non sai fare... o no?!
Non si tratta di cercare di valorizzarti, no, no! E' proprio una questione pratica ed egoistica, io quali capacità vedo in te che mi possono aiutare a lavorare? Sei paralitico, ok, non puoi camminare è evidente ma sei leggero  ed è quella leggerezza che ci viene in aiuto come risorsa, mia e tua.
Come si può dire utile una cosa che non c'è? Come posso dire che il punto iniziale di un bambino è quello che ...non ha? Su che manubrio ti faccio mettere le mani per iniziare ad andare in bicicletta?
Forse è solo un punto di vista, non nego che sia importante rendersi conto dei bisogni e delle mancanze ma un educatore dove la trova la speranza del cambiamento se parte dal nulla?
Pierino non è capace di molte cose ma quali sono le sue risorse? Dove mi appoggio per aiutarti a conoscere il mondo? Anche il buon Archimede aveva bisono almeno di una leva per sollevarlo.
E' tanto sbagliato cominciare così? E se sì, dove sbaglio?
Ciao ciao maestre buon lavoro!




  

La miglior difesa è l'abbraccio

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Stasera un'altra litania di orrori al telegiornale. Si comincia dai nuovi schiavi che muoiono sui barconi, si continua con i sopravvissuti che cadono in mano agli sfruttatori, si procede con la costruzione di muri e filo spinato, perchè se hanno avuto il torto di non morire in mare o raccogliendo pomodori "non pretendano di venirci a rubare il nostro comodo spazio indifferente al mondo e all'universo..."
Cambio di latitudine, l'ennesimo pazzo esaltato che gioca con le armi, ammazza due colleghi e, dato che fa il giornalista, pensa bene di riprendere tutta la scena e di sbatterla su youtube.
Poi i social fanno eco come strumento per il moltiplicarsi dell'orrore, per essere ottusi complici di morte con un "condividi" o con una battutaccia.
Temo che la stessa Hannah Arendt si stupirebbe nel vedere a che punto è arrivata la banalità del male.
I bambini istruiti all'orrore non sono piú raccapriccianti di un individuo che, sentendosi assediato dai propri fantasmi alla propria comoda scrivania, insulta il mondo postando idiozie ideologiche su facebook.
Stasera non ce la facevo piú, né a guardare il telegiornale, né a leggere commenti deliranti sui social.
Smarrita di fronte all'odio, indignata di fronte all'arroganza di chi ha rinunciato al proprio cervello e al cuore.

Smarrita e scandalizzata. Ma anche io sono così?

Poi ho visto un amico, bé, neanche troppo amico, un conoscente direi. L'ho visto trattare con un personaggio che aveva invitato a casa sua. Pur sapendolo ostile l'aveva comunque invitato. 
Come agli altri ospiti con attenzione sincera anche a lui ha fatto spazio. 
Curioso, tutti hanno parlato con tranquillitá seduti gli uni accanto agli altri, quell'ospite speciale no. Lui ha voluto una cattedra, un pulpito, uno scranno. Senza battere ciglio gli é stato offerto cordialmente quanto richiesto.
Ed ecco il giovanotto, in nome della propria purezza e perfezione partire con una bella raffica di insulti al padrone di casa ed ai suoi ospiti.
Veramente non é che le accuse brillassero per originalitá, e l'arte retorica non era delle migliori; doveva soffrire non poco per non incespicare nel proprio puro e incontaminato muscolo oratorio. Forse perchè più che un discorso le sue parole sembravano una bella canzoncina scritta da altri e che lui si sforzava di cantare senza aver voce né orecchio musicale.
A qualcuno dei presenti sono sfuggiti moti di disappunto, subito zittiti però dal padrone di casa. 
Tutti hanno ascoltato fino alla fine la lettura a tratti precipitosa dello stonato corista che, forse deluso, ha dovuto concludere la sua arringa senza la gloria di alcuna interruzione o protesta, neppure una briciola di torta in faccia, tanto per ridere un po'.
E qui é finito il mio smarrimento, quello che mi piegava il collo da qualche ora.
Il mio amico ha iniziato a parlare, senza ansia ostile l'ha guardato come si guarda un uomo, un uomo impaurito che si vuole nascondere.
Come si guarda un ragazzo che procede nella vita a tentoni, coprendosi il volto con il gomito per paura di essere contaminato da qualcosa o qualcuno. Il padrone di casa vedeva quello che non avevo visto io: l'uomo sotto il vestito del burattino.
Insomma, non ti è capitato di incontrare ragazzi che non hanno mai conosciuto il proprio padre o gliel'hanno giurata?
Quando si scagliano contro di te invece di considerarli come nemici è meglio trattarli come figli. Rinunciando a partire dalla  morale, dai regolamenti.
Un padre ha la pazienza di lasciarsi insultare perché sa che sei un uomo libero anche se ti vede appeso ai fili di Mangiafuoco, sa che puoi usare il cervello ma che preferisci di no, e non smette di proporsi senza l'ombra di una imposizione.
Hai rotto il vetro per protesta e ti senti un eroe, perchè tuo padre sbaglia e devi fargliela pagare, e devi dirgli tu come si vive la vita, tu che hai capito, tu che sarai sempre migliore di lui. Solo che tuo padre non piange per il vetro rotto, piange perché sa bene che essere eroe é ben altro che essere puri e irreprensibili e tu non ne sei all'altezza, perchè non sei consapevole della tua meschinità, non ancora.
Hai in mente la storia del figliol prodigo all'inizio? Ecco, quel padre li, quello addolorato dell'insulto e non ancora consolato del ritorno.
Io, che pure ero ospite, avrei preso Lucignolo per la collottola e mi sarei divertita a cercare un vestitino di allegri insulti su misura per lui, mentre il vero padrone di casa rinnovava l'invito al Braveheart de noantri e gli chiedeva di rimanere per conoscere meglio la casa su cui stava sputando il suo odio.
Non ha ribattuto una virgola di tutte le circostanziate accuse, solo una marionetta è inconsapevole dei propri limiti, un uomo li conosce tutti, li guarda in faccia. Ma poi sa che se vuole stare in piedi deve per forza appoggiarsi ad altro che non alla propria presunta perfezione.
Non so se il ragazzo ha accettato o se si é ostinato a guardare la sua bravata come prova di fedeltá al suo burattinaio. So solo che improvvisamente ho visto la differenza di statura tra i due, un pupazzo soddisfatto della propria impresa senza costrutto e un uomo in piedi, forse non perfetto, certamente pieno di acciacchi, ma in piedi.
Cosi ho fatto una scoperta: avrai sempre paura o rabbia verso chi ti é ostile finché non riuscirai a vedere in lui l'uomo che lui stesso ha smarrito.
Mi sa tanto che solo una paternità vera può vincere un cuore che odia, perché solo un padre puó distinguere l'uomo dalla bestia.
Io non so dove andrà a finire questo mondo che sta crollando a colpi di istinto animale vestito da giustiziere, so solo che la forza, l'unica forza da opporre é quella della paternitá. Dove padre non significa giudice senza macchia ma, in un mondo di morti, creatura  capace di generare e accogliere la vita.
Finché avremo padri avremo speranza.

Cavalcare l'onda

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Tutto
Tutto –
una parola sfrontata e gonfia di boria.
Andrebbe scritta fra virgolette.
Finge di non tralasciare nulla,
di concentrare, includere, contenere e avere.
E invece è soltanto
un brandello di bufera.

                                        Wislava Szymbrorska

"Vedere l'onda perfetta e non poterla cavalcare"
Nel paradiso dei surfisti impazzano gli squali e così... tutti sulla spiaggia a guardare malinconicamente quel mare da sogno così bello e così pericoloso.
Attrazione fatale.
Siamo sull'isola Rèunion, stare lì per chi ama il mare è come morire di fame di fronte ad una tavola imbandita e proibita.
E intanto passa l'onda perfetta, senza di te.
C'è chi ha fatto surf per mezzo mondo ma non è contento perchè non può farlo lì.

Io non so neanche stare a galla in mezzo metro d'acqua ma capisco benissimo il desiderio. E più una cosa è impossibile, più abbiamo il cuore che la insegue.
Che cosa misteriosa siamo. Potremmo anche accontentarci di sguazzare in un tranquillo laghetto, ma per quanto? C'è sempre qualcosa di cui sentiamo la mancanza, la nostalgia dell'onda perfetta. Ogni occasione mancata avrebbe potuto essere la migliore.
Non ci basta una parte, vogliamo tutto, e tutto non ci basta ancora.
Non siamo fatti per giocare in spiaggia, vogliamo il mare aperto.
Anche se ci sono gli squali.



link NYTimes

con quale oppio si sballano i popoli

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Ho idea che chi non distingue religione da fanatismo non sia libero, chi ha paura della religione non sia libero e chi non è libero è violento.

Odio e distruzione, pare che il male stia vincendo.
E abbiamo sempre bisogno di un colpevole. D'altra parte non sappiamo farne a meno di invocare giustizia, siamo uomini, siamo fatti così. Questo è il nostro marchio di fabbrica: desideriamo giustizia, amore e verità.
Ma la cosa più pericolosa sono le scorciatoie, troppe volte nella giornata quotidiana e nella lunga giornata che chiamiamo "Storia" abbiamo creduto di trovare bell'e pronta la spiegazione di tutto, una specie di supermercato della ragione, un self-service del cuore: è colpa di...

C'è chi è già partito all'attacco con il "dalli al musulmano". Eccolo lì il cibo precotto per chi non vuole perdere tempo nella cucina della ragione.
Ma costoro non hanno facce o pensieri diversi da chi ringhia contro il cristiano, gli vomita addosso tutto il suo disprezzo o lo vuole morto.
Già, ma non siamo più nemmeno cristiani.

La paura fa novanta.
Così inneggiando alla libertà nella prima strofa della canzone, siamo subito pronti a cantare un ritornello che ci sbugiarda: la religione è l'oppio dei popoli, impedite ai popoli la religione e vivremo in pace.
Così, per scamparla togliamo i crocifissi, togliamo il velo... togliamo questo e togliamo quello, ma non diciamo che è per paura, diciamo che è per 'tolleranza'.
Diciamo che è lo stato laico e liberale.
Balle.
Lo stato laico afferma il diritto, non lo nega.
E' fifa, pura e semplice fifa.
Ed è noto, risaputo e diagnosticato che la fifa si porta dietro l'irrazionale...o davanti, a scelta.


Come è tutto facile per chi ama i centri commerciali dell'anima! Entri e c'è tutto lì. Non hai bisogno di altri criteri se non quello di seguire lo slogan che ti attrae di più.

E così un mondo perfettamente ateo sarebbe il paradiso dell'uomo.
Bene, ora ammettendo che diventare atei fosse possibile vorrei sapere come fare... è un prodotto che mi interessa, in quale banco del mercato si vende?

Posso provare a dire un'ultima cosa?
No, non è una citazione del Papa, nè del Dalai Lama, neppure un versetto del Corano, nè una virgola di qualche salmo. E' una canzone, una canzone del signor Bob Dylan:
alla fine di un variegato elenco di persone e cose ci fa notare che qualcuno dobbiamo servire, e non è un 'dobbiamo' morale, è semplicemente una constatazione.

But you're gonna have to serve somebody, yes indeed
You're gonna have to serve somebody,
Well, it may be the devil or it may be the Lord
But you're gonna have to serve somebody.


Ergo: nessuno è esente dall'oppio, tutto dipende dalla scelta della marca.
Eh sì, temo sinceramente che per quanto ci si metta a voler affermare il proprio ateismo liberatore non ci si riuscirebbe proprio mai a sganciarsi da questo inesorabile destino: vivo perciò servo qualcuno... fosse anche una matita e l'allegra satira blasfema e irriverente, quello sarà il mio dio, fosse anche il mio comodo dormire mentre fuori da casa mia si uccidono, il mio culo nel burro sarà il mio dio, gli fornirò le armi a prezzo stracciato basta che mi permettano di continuare ad adorare il mio comodo dio progressista e culturalmente avanzato.
 Quello che solamente oso sperare è che mi sia permesso affidarmi ad uno buono, che non mi pigli per il culo, mi ami davvero e che mi lasci la facoltà di ragionare.
Comunque anche se non me lo permetteranno, e malgrado la mia provata idiozia, io ci proverò lo stesso... e vuoi vedere che non sia questa la cosa che assomigli di più alla Libertà?


di cosa la maestra non ha proprio bisogno...

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Credevo non fosse più così, ma... pare sia ancora un problema. Parlo del regalo. Il regalo alla maestra. Natalizio o "fineannesco".
Bene, sappiate che la maestra non ne ha per niente bisogno.
L'avreste mai detto? Cavoli, ma invece è proprio così.
Quando la maestra andava a scuola, e non era ancora la maestra, il regalo da parte di tutte la famiglie, quello con annessi mugugni e sottoscrizioni a collotorto, era un affare da fine quinta.
Ricordo che mamma e babbo rimasero un tantinello umiliati nel sentire la proposta addirittura di una lavatrice...tiravamo alquanto la cinghia, e i soldi per la nostra quota proprio non li avevamo.
Per fortuna la mia maestra, donna pratica e senza tante smancerie, si arrabbiò e proibì categoricamente ogni forma di ossequio forzato. Allora i genitori ci credevano ancora che la maestra corregge perchè è il suo mestiere e non perchè è "stronza e ce l'ha su con mio figlio".
Obbedirono. Tutti. Sì... i genitori obbedirono alla maestra.
Volete che lo ripeta? Che usi ancora questa parola perchè non siete sicuri di aver letto bene?
I genitori, quelli di una razza ormai estinta come i dinosauri, i genitori obbedirono alla maestra, senza protestare o, peggio, spettegolare.
I miei tirarono un sospiro di sollievo e optarono per la classica scatola di cioccolatini, segno tenerissimo e inequivocabile per loro di gratitudine sincera e lusso sfrenato.

Ma, ahimè, quando la maestra qui presente lasciò il proprio banco di scuola per spostarsi appena di qualche metro dietro la cattedra, era già arrivata la moda del regalo natalizio e di fine anno... di ogni benedetto anno.

Non faccio elenchi, dico solo che ne ho viste di tutti i colori. Dalla targa in ottone del peso di tre chilogrammi sani sani con incisioni in "stile vario", alla guepière in pizzo nero. Di questa vado molto orgogliosa perchè mi ricorda la scoperta in me di una saldezza di nervi inaspettata: scartarla davanti ad un uditorio di una quarantina di genitori senza capacità di discernimento,  che si aspettano da te un ossequioso ringraziamento, e farlo senza commenti audiovisivi... bè ci vuole più audacia che a indossarla, ve lo assicuro.

Ci è voluto del bello e del buono per far intuire ai molti che le maestre non sono esseri strani che pensano solo alla scuola e ai pargoli, povere creature che non hanno tempo e denaro per andarsi a comprare quel che a loro serve.
Hanno uno stipendio, sempre più ridicolo va bè, ma che non ha bisogno di essere squallidamente arrotondato con le munifiche elargizioni natalizie tradotte in oggettistica varia.

Siamo quindi arrivati all'epoca del "che cosa ha bisogno la classe?".  Che a volte ti veniva da rispondere: "di una classe".  Nel senso di un'aula decente, che non ci piova dentro, che abbia banchi sani e di misura idonea, di una lavagna intera, gessi e carta igienica. Ma col tempo ho capito che questo equivaleva a domandare l'impossibile. Vi state chiedendo se insegno nel terzo mondo vero? No, in una normalissima scuola pubblica di una grande città italiana del nord... che differenza c'è? Che nel terzo mondo alla scuola ci tengono.

Non è finita.

Si è passati alla domanda "che regalo facciamo ai bambini?" E anche qui la risposta sarebbe stata delle più semplici e faticose al mondo: "di adulti che sappiano cosa vogliono". Ok... lasciamo perdere, roba da orpelli bizantini per le nostre povere menti votate al teleschermo.

Capisco e non biasimo chi semplicemente vuole ringraziare  una persona di cui ha sincera stima, perciò a chi voleva le cose in grande ho consigliato di fare una donazione a qualsivoglia opera caritativa.

Ma se proprio volete dire grazie alla maestra... ragazzi... portatele una margherita come quando eravate piccoli, e ne facevate un mazzolino ciancicato da mettere nel bicchiere sulla cattedra e, soprattutto, non distruggete agli occhi di vostro figlio l'autorevolezza dell'adulto che sta insieme a lui più di quanto non ci state voi, è un regalo a voi stessi, prima che alla maestra.

Lo so, è difficile, ma non c'è bisogno d'altro.

Buon Natale


Al bar si muore

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A cosa serve il tempo che passa? A cosa serve la storia? A cosa serve conoscerla e studiarla?

Circa duemila anni fa carrettate di cristiani erano la colazione di quattro leoni al circo, oggi si segnano le porte delle case dei cristiani in Iraq: che sia ben visibile il posto dove abita una famiglia da far fuori. Si condannano a morte madri di famiglia solo perchè non vogliono bruciare incenso al nuovo imperatore.

Secoli fa partivano navi stipate di schiavi, indicibile commercio, vergogna dell'umanità. Oggi arrivano barconi stracolmi di povera gente che paga a caro prezzo la vita che è un diritto di tutti.

Sono solo due dei mille orrori di cui siamo capaci, siamo, sì, siamo: noi. E so che scandalizza questa parolina che coinvolge tutti, perchè a noi ci piace pensare che "noi non c'entriamo...noi...? Noi un corno che adesso mi tocca anche sentirmi responsabile..."

Ma io non posso rassegnarmi che la storia e il tempo non servano a niente.
Ecco, forse questo ripetersi terribile del male, questo orrore quotidiano che non ci si può neanche tappare occhi e orecchie per cancellarlo, che sembra che Dio sia una parola più simile ad un'offesa che a un conforto...tutto questo non fa che chiamarmi, urgere una risposta.

Che il tempo da solo non ci fa diventare buoni in automatico che è finita l'ottusa illusione del progresso. Che noi si vorrà anche il bene e la pace, ma non c'è bene nè pace se io non sono coinvolta.

E che se anche nel mio piccolo spazio che chiamano scatola cranica sono consapevole di non aver voluto io quegli orrori...bè, non è una buona ragione per non sentirmici dentro fino al collo, non fosse altro che per questa immensa e fastidiosissima sensazione di impotenza.
Che non è l'innocua e comoda impotenza di non poter salvare quelle vite, è molto, molto di più: è la fiacchezza quotidiana, lo stillicidio di sentirsi capaci di male, indifferenza, cattiveria, quel piccolo, insignificante male giornaliero, quella dannata ferita che grida la tua incapacità che ti fa continuare a stortare la cosa che vorresti dritta.

Non è questione di misura, il male è male, la cattiveria è cattiveria e guai a chi ne sottovaluta la banalità: ne sono state riempite centinaia di camere a gas.

Stasera va così, la storia mi serve, il tempo è amico per imparare e non smettere di desiderare il bene, ma non vanno lasciati passare senza la mia presenza... questo è quello che credo, perchè anche stasera si muore nel nostro bar... e che? vogliamo continuare a giocare a carte e bere birra credendoci invincibili? Come bambini che non hanno ancora incominciato a vivere.




Partecipo per vincere...

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Gira da un paio di giorni, tra le altre frasi a mo' di epitaffio, questa perla della cultura moderna "non è importante quello che trovi alla fine della corsa, l'importante è quello che incontri mentre corri" o una cosa del genere. Sembra la frase gemella su un'altra pietra tombale "l'importante non è vincere ma partecipare". E le tombe non sono quelle degli stimabili signori Faletti e de Coubertin...no, queste lapidi le vedo solo sopra l'intelligenza umana. Ma, dico io (che non sono nessuno ma che un pensiero personale avró pure il diritto di averlo), chi ripete certe cose dal pulpito di Facebook ha ragionato su quello che sta copiando oppure pensa davvero che basta essere morti per diventare oracoli? Ma veramente crediamo di darla a bere a qualcuno che non ci frega un ciffolo di avere una ricompensa per le nostre fatiche? Se è così allora perchè questo proliferare di incazzature o petizioni in cerca di "mi piace"? Se non importa arrivare ad una meta soddisfacente perche sbattersi tanto sulle proprie e altrui bacheche? Certo che è bello partecipare, certo che gli incontri sul cammino possono essere importanti ma, accidenti, chi è quel coglione a cui non interessa un ciffolo di vincere? Chi è quel pirla che preferisce vivere appeso alle proprie insoddisfazioni senza sperare di trovare una risposta? Devo fare i nomi di tutti quelli che sono arrivati a morire per questo? Andiamo a vedere cosa diceva il signor Leopardi sulla noia del vivere, citazione troppo "dotta"? Allora leggetevi cosa ne pensava miss Janis Joplin della insoddisfazione. Spendere la vita per cosa? Per una bacheca piena di belle frasi fatte? Ma basta solo vedere la delusione per essere usciti dai mondiali di calcio..."si, siamo contenti lo stesso perchè abbiamo conosciuto tanti bei calciatori stranieri"...balle! 
Gli incontri e le partite mi servono per ricordarmi che qualcosa c'è per cui sputare sangue, io corro per vincere, incontro per arrivare...altrimenti andate a bussare alla bacheca di qualcun altro. Facebook e Twitter e tutti i social del momento non sono altro che pollai, l'ultimo post non è altro che il piolo più alto della relativa scala...e non starò certo qui a spiegare come è fatta la scala di un pollaio. Perciò siamo solo galletti che per farsi sentire al massimo riescono a stonare dentro a un coro, per fare i solisti ci vuole altro, e non certo ripetere a pappagallo senza ragionare su quel che si dice.

Sete di bellezza

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Un pittore vero sa farti respirare anche l'aria di quel che vedi, e gli odori, e i rumori e i silenzi.
Scopri allora che davanti a un quadro non usi solo gli occhi, ci stai fino a che non è il quadro a stare davanti a te. Un' immersione insomma. Da gustare in silenzio.
Per questo non mi piacciono le corse nei musei, a tutti i costi vedere tutto, le mostre affollate, il chiasso e la moda delle mostre 'alla moda'.
Però...però...
Ci sono posti e situazioni che favoriscono, ma sono sempre una sorpresa.
Ascolteresti mai un pezzo di Bach o Beethoven o Mozart in mezzo al casino?  Però quando metto un cd classico a scuola, i pargoli abbassano la voce...
E i Pink Floyd o Springsteen? L'emozione di sentirli in uno stadio è imparagonabile...ma che mi dici quando sei da solo in macchina, con i bassi ben regolati?
E le poesie? Szymborska per esempio l'ho scoperta sul...tram.
Dante l'ho conosciuto sui banchi di scuola ma l'hanno anche declamato ai crocicchi delle strade.
La bellezza di un albero fiorito può sorprenderti quando aspetti al semaforo, e gli occhi profondi di qualcuno guardarti attraverso la vetrina di un bar mentre passi con la bici.

Certo, la bellezza ha i suoi luoghi privilegiati. Va protetta, curata, cullata, favorita. Ma la sua nobiltà, la verifica, la prova della sua verità è che rimane bellezza anche in mezzo al fango, è così 'di tutti' che non si lascia schiacciare da nessuno. E allora? Qual è il problema?

E' tutto nel mio sguardo e nella mia sete. Solo se non sono distratto io posso essere sorpreso e così, anche in mezzo alla folla e alla confusione accusare il colpo, cadere ferito da un'improvvisa gratuita bellezza. Non fare lo schizzinoso e lo snob, non è il luogo e nemmeno la circostanza 'ideale' a farti godere delle cose: è solo la tua sete.

La bellezza, davvero, è per gli insoddisfatti.